Dieci anni fa Giovanni Fontana ha caricato la macchina di cibo e vestiti ed è partito per un campo profughi in Grecia. Da allora ha fondato un’organizzazione che lavora con le persone rifugiate, ha attraversato lutti che non gli appartenevano fino a farli propri, ha pianto per una ragazza che conosceva appena, uccisa da un poliziotto mentre viveva ancora dentro un campo. Cinque anni fa aveva scritto che quella scelta lo rendeva felice. Oggi si fa una domanda più onesta, e più difficile: posso davvero dirmi felice?
Non è una domanda retorica. È la domanda che si pone chiunque abbia scelto di mettersi davvero a disposizione di qualcosa, non per un’ora la domenica, ma come forma di vita.
Un equivoco da sciogliere subito.
Si tende a raccontare il volontariato, o più in generale il contribuire agli altri, come qualcosa che rende automaticamente migliori, più leggeri, più felici. È un racconto comodo, ma parziale. La verità è più complessa: partecipare davvero a qualcosa che conta comporta anche il rischio di soffrire per qualcuno che non è tuo.
Chi si mette a disposizione con competenze, tempo, energie non firma un patto di felicità garantita. Firma un patto di partecipazione reale. E la partecipazione reale, quando è vera, costa qualcosa.
Questo però non è un motivo per tirarsi indietro. È il motivo per farlo con consapevolezza, e possibilmente non da soli.
Non da soli, ma insieme a chi condivide lo stesso intento.
C’è un passaggio nel racconto di Fontana che a Filopea interessa in modo particolare. Alla domanda su come si regge un impegno del genere nel tempo, la risposta non riguarda la resistenza individuale, ma la compagnia. La citazione di Paul Farmer, medico che ha dedicato quarant’anni a curare le persone più povere in Africa e Centroamerica, è chiara su questo punto: quello che lo teneva in piedi non era una missione astratta, ma fare cose difficili insieme a persone di cui si fidava.
Il volontariato non è un compito solitario che si porta a termine per dovere. È una rete di relazioni dentro cui il peso si distribuisce. Quando quella rete manca, il costo emotivo diventa insostenibile e la persona si allontana, si brucia, smette. Quando quella rete esiste, lo stesso costo diventa condivisibile, e in qualche modo anche generativo.
Il ruolo di Filopea in tutto questo.
Non promettiamo a nessuno che contribuire sarà semplice o indolore. Promettiamo qualcosa di più onesto: che chi mette a disposizione il proprio tempo o le proprie competenze non lo farà da solo, dentro un vuoto organizzativo, ma dentro una struttura che lo mette in contatto con un bisogno reale e con le persone giuste per affrontarlo insieme.
Non è un dettaglio tecnico. È la differenza tra un gesto che si esaurisce e un impegno che si sostiene nel tempo. La disponibilità delle persone, quando trova un contesto solido in cui esprimersi, smette di essere un atto isolato e diventa parte di qualcosa di più grande.
Fare cose difficili, insieme.
Fontana chiude il suo racconto con una frase semplice: le persone buone fanno cose per le altre persone, tutto qui. È vero, ma vale la pena aggiungere una parola. Le persone buone fanno cose difficili per le altre persone, insieme a chi condivide lo stesso intento. Ed è proprio in quella parola, insieme, che si gioca la differenza tra un impulso che si spegne e una scelta che regge.
Fonte: Il Post, “Sono un volontario. Sono più felice?”, 15 aprile 2026