A cosa serve quello che faccio? Quando fare qualcosa non basta più.

È una domanda che ci si fa sottovoce, spesso alla fine di una giornata, a volte nel mezzo di una riunione, qualche volta di domenica sera senza un motivo preciso. Non riguarda solo il lavoro, riguarda il tempo, le energie, le cose a cui diciamo sì. Riguarda quello che scegliamo di fare con quello che abbiamo.

Chi parla di pigrizia non ha capito niente. Chi parla solo di burnout si ferma a metà strada. La stanchezza che sentiamo oggi non nasce dal troppo lavoro. Nasce dal sospetto che quel lavoro non serva a niente, è una stanchezza metafisica, prima ancora che fisica. Ed è per questo che è così difficile da curare con un weekend di riposo o un corso di mindfulness.

Il problema non è la fatica. È il vuoto dopo la fatica.

Pensa a chi spalava carbone in una miniera cento anni fa, un lavoro duro, pericoloso, logorante. Eppure quella persona sapeva esattamente cosa stava facendo e a cosa serviva. C’era una connessione diretta tra la fatica e il suo risultato nel mondo.

Oggi quella connessione si è spezzata per milioni di persone. Non solo per chi compila moduli che nessuno leggerà mai, o partecipa a riunioni su progetti che non partiranno mai. Ma anche per chi fa lavori che credeva immuni da questa domanda: il professionista creativo, l’insegnante, il medico, il volontario.

Il problema non è che lavoriamo troppo, è che facciamo cose senza riuscire a vedere dove vanno a finire. Senza sapere se qualcuno le riceve davvero, senza sentire che il tempo che mettiamo in qualcosa lascia una traccia reale nel mondo.

Il tempo è la cosa più concreta che abbiamo.

Ognuno di noi ha una quantità finita di tempo, di energia, di competenze. Sono risorse reali, non astratte e c’è qualcosa di profondamente sprecato nel fatto che così tante persone non riescano a trovare dove metterle in modo che serva davvero. Non stiamo parlando solo di volontariato nel senso stretto del termine, stiamo parlando di qualcosa di più largo. 

La voglia di contribuire a qualcosa che esiste al di fuori di noi, che risponde a un bisogno reale, che lascia il mondo leggermente diverso da come lo abbiamo trovato.

Quella voglia c’è, è diffusa, silenziosa, spesso frustrata. Un esempio? Prova leggere i commenti sotto il post di Fabio Piovesan, un uomo normale di Paese, vicino a Treviso, che qualche tempo fa ha scritto su Facebook che si metteva a disposizione di chiunque stesse male. 

Offriva un tè, due orecchie, un mazzo di carte. Il post ha ricevuto più di 1.700 like e oltre 60 condivisioni. Non perché Fabio sia un eroe, ma perché ha detto ad alta voce una cosa che molti sentivano: ho qualcosa da dare, e voglio che serva a qualcuno.

La risposta non è psicologica. È strutturale.

Non servono corsi per trovare il proprio scopo, non servono app per dormire meglio o workshop sulla resilienza. Queste risposte, per quanto sensate singolarmente, commettono tutte lo stesso errore: trattano un problema collettivo come se fosse una questione individuale.

Il problema è che manca l’infrastruttura. Mancano i luoghi, i tempi e le relazioni in cui la disponibilità delle persone può incontrarsi con i bisogni reali delle comunità.

Manca il filo che collega chi ha qualcosa da dare con chi ne ha davvero bisogno.

Filopea nasce da questa convinzione, non è una piattaforma di volontariato è un tentativo di costruire quella infrastruttura: un posto in cui il tuo tempo, le tue competenze, le tue risorse trovano qualcosa di concreto a cui connettersi.

Non ti diciamo di salvarti l’anima, ti diciamo che è possibile fare una cosa precisa, per qualcuno che ne ha bisogno, nel momento in cui puoi farlo.

Perché il senso non nasce dall’intenzione, nasce dall’incontro.

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